Il Segreto di Pietramala o la Torre di Babele al contrario

di CRISTINA PELÀ

«Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole» (Genesi, 11,1). Ognuno di noi conosce il racconto biblicodel più gigantesco peccato di hybris nella storia dell’umanità, la Torre di Babele, punito da Dio con la diversità linguistica, che, seppur in parte minacciata, sopravvive anche nel villaggio globale odierno. Ma l’Uomo ha davvero imparato la lezione dai tempi di Babele?

È questa la domanda che dà vita al suggestivo romanzo di Andrea Moro, Il segreto di Pietramala, uscito nelle librerie a marzo 2018. Si tratta del primo romanzo per l’autore, classe 1962, neurolinguista di fama mondiale e professore di linguistica generale presso la Scuola Universitaria Superiore IUSS di Pavia. Collocabile tra il romanzo d’avventura e il thriller, l’opera segue le vicende professionali, amorose e intellettuali di un giovane e brillante linguista francese, Elia Rameau. Inviato in missione per conto dell’Unione Europea per catalogare e registrare la lingua di Pietramala, immaginario e sperduto borgo della Corsica settentrionale, si trova alle prese con un arcano fondato su tre mancanze sconcertanti: il borgo è stato abbandonato precipitosamente nel XVIII secolo, nel cimitero mancano tombe di bambini e, soprattutto, ogni traccia di lingua scritta è stata accuratamente cancellata. Pietramala costituisce l’alfa e l’omega del romanzo: lì la curiosità del protagonista è sollecitata dal mistero che proprio nel borgo sperduto sarà svelato. Il secondo polo dell’azione narrativa, agli antipodi del primo, è New York, metropoli brulicante di vita e melting pot di tantissime lingue e culture diverse. Sarà proprio nel cuore pulsante della modernità occidentale che il mistero comincerà ad essere svelato. Dal momento in cui la soluzione dell’arcano si avvicina, un’ombra di morte minaccia il protagonista, che si trova ad essere ostacolo alla macchinazione diabolica di uomini potenti che vogliono riportare in vita la lingua scomparsa di Pietramala.

Lo stile talvolta accademico della narrazione tradisce il fatto che si tratta dell’esordio nel mondo del romanzo per l’autore, che si rivela per quello che è: un umanista, animato da sincera passione intellettuale per la linguistica e profondo conoscitore dei classici della letteratura italiana, greca e latina, come lo provano le numerose citazioni disseminate nell’opera. Ad esempio, il lettore avvertito riconoscerà senz’altro nel passaggio «mi diede mille baci, e quindi cento, quindi me ne diede altri mille, e quindi ancora cento» il carme V di catulliana memoria. L’autore stesso si giustifica per queste riprese letterarie in una nota alla fine del romanzo.

Il ritmo della narrazione è sostenuto e tale da tenere il lettore in sospeso per tutta la durata del romanzo fino ad arrivare alla risoluzione finale del mistero, come richiesto da ogni giallo storico che si rispetti.

Uno dei maggiori punti di forza del romanzo è l’originalità che caratterizza i personaggi, a cominciare dal protagonista. Rimasto orfano, Elia Rameau è adottato da una ricca vedova che gli offre la migliore educazione possibile. Anafettivo, tendente al nerd, escatofobico e con undici dita nelle mani, nei primi trent’anni della sua vita fa del linguaggio umano il perno attorno al quale ruota la sua intera esistenza. Acquisisce così una cultura umanistica enciclopedica, innestata in una personalità lucida ed ironica, in cui trova spazio anche l’amore per la buona cucina. Fortunatamente, l’amicizia prima e l’amore poi, salvano questa mente brillante rinchiusa nella sua torre eburnea di studioso, facendogli scoprire la sua umanità.

Andrew mi aveva riportato ai tempi del verbo essere, quando avevo fatto di quel verbo il centro della mia esistenza e quando la meraviglia di scoprire le leggi di simmetria nel linguaggio umano mi aveva convinto che avevo aperto una porta che dava su un mondo nuovo: le grammatiche geometriche. Poi venne tutto il resto e accantonai quell’ipotesi.

Elia, il cui amore per lo studio del linguaggio è chiaramente autobiografico, si conquista fin da subito la simpatia dei lettori. La sua antitesi è rappresentata dal professor Shannon, facoltoso linguista americano capace di ipnotizzare l’interlocutore con la «saccenza melliflua di chi non dice niente ma lo dice benissimo». Animato da disegni oscuri, Shannon vuole riscoprire la lingua di Pietramala ad ogni costo. Il suo disegno di costringere tutta l’umanità a parlare un’unica lingua tende alla costruzione di una Torre di Babele al contrario.

In conclusione, si tratta di un libro appassionante, che vale la pena di essere letto non solo dagli amanti della linguistica e dei romanzi d’avventura, ma da chiunque creda che, in un’epoca sempre più frenetica e dominata dalla tecnologia, si possa ancora salvare l’umanità da sé stessa ripartendo dal dono che Dio fece ad Adamo: la parola.

Andrea Moro, Il segreto di Pietramala,
La nave di Teseo, Milano, 384 pagine, 18 euro