«Il mio romanzo per restituire almeno un volto a streghe e stregoni»
Intervista a Gerry Mottis, autore di "Domenica Matta. Storia di una strega e del suo boia", romanzo storico ambientato nel 1600 tra Venezia e Roveredo

Gerry Mottis, scrittore e insegnante

di GIORGIO REISSIAN

Domenica Matta. Storia di una strega e del suo boia (Gabriele Capelli Editore, Mendrisio, 2021) è un romanzo storico che dissotterra un passato con cui ancora non abbiamo abbastanza fatto i conti, contraddistinto da superstizioni e ingiustizie. Ne abbiamo parlato con Gerry Mottis (1975), insegnante di italiano e storia alle scuole medie di Roveredo, nei Grigioni.

Quando ha capito di voler ambientare l’opera tra Venezia e Roveredo?

Due estati fa ci sono stato in vacanza con mia moglie. A questo motivo “turistico” se ne aggiunge uno storico: tra il 1500 e il 1600, nell’epoca in cui è ambientata la storia sulla caccia alle streghe, la Serenissima era una Repubblica marinara molto potente con territori che confinavano con i Grigioni, detti le Tre leghe, rimasti tali fino all’avvento di Napoleone. Il mio amore per Venezia e il contatto storico tra le due terre hanno fatto sì che il romanzo partisse da lì.

Perché ha deciso di raccontare questo territorio e perché proprio all’inizio del XVII secolo?

Innanzitutto, perché sono legato al mio territorio, alle mie radici. Ho sempre cercato di indagare la storia per capire chi siamo, da dove veniamo; ritrovando soprattutto episodi scomodi nel nostro passato. Uno dei più sanguinari è la caccia alle streghe che sembra abbia infiammato tutta la regione delle Alpi per quasi tre secoli. La mia indagine storica ricostruisce questi eventi, ma soprattutto dà un volto e un nome a tutte le sfortunate vittime del nostro passato, le streghe e gli stregoni.

Terra bruciata precede Domenica Matta. Qual è il legame tra le due opere?

La copertina di Domenica Matta, Gabriele Capelli Editore, Mendrisio, 2021

Inizialmente volevo raccontare cinque grandi processi avvenuti tra il 1612 e il 1616. Ma dopo averne descritti quattro, avevo già un romanzo corposo, Terra bruciata. Ho deciso di tralasciare il quinto, quello a Domenica Matta, e di raccontarlo successivamente. Il quinto processo è particolare: è uno dei pochi casi in cui una donna, Domenica, sia stata processata ben due volte nella sua vita, da bambina e poi da adulta. Domenica Matta è la continuazione del primo romanzo, sia dal punto di vista cronologico, sia per quanto riguarda i personaggi: ritroviamo il medesimo protagonista, il boia, in entrambi.

In passato ha pubblicato raccolte poetiche come Sentieri umani e Altri mondi. Ultimamente ha invece dato alle stampe una produzione narrativa. A cosa è dovuto questo cambiamento di genere?

Non parlerei di cambiamento di genere. Io credo che i generi nelle mie opere convivano. Anche nella prima produzione poetica vi sono dei passaggi narrativi, mentre nel romanzo credo che ci siano passaggi, permettetemi il termine, altamente poetici. In Domenica Matta, la poesia torna in una sorta di prosa poetica che mi permette di alleggerire il tema che altrimenti sarebbe stato pesante.

Come nasce la sua passione per la scrittura?

Nasce dall’infanzia. Fin da piccolo ho divorato molti libri. Ero anche molto creativo. Mi piaceva ad esempio disegnare le storie o trascriverle, ribaltandone i contenuti. A volte le leggevo a mio fratello maggiore. È un mondo che mi ha sempre affascinato. Poi c’è stato un viaggio in Sud America, prima degli studi universitari, che ha portato l’esigenza di raccontare le mie esperienze. Da qui è nata anche la condivisione con il pubblico dei sentimenti che poi si sono sviluppati nella poesia e nel romanzo.

In che modo riesce a conciliare l’insegnamento con la grande passione per la scrittura?

Io mi sono sempre definito un insegnante con la passione per la scrittura, ma un giorno mi piacerebbe ribaltare il paradigma ed essere uno scrittore con la passione dell’insegnamento. Credo però sia molto difficile da realizzare, soprattutto alle nostre latitudini. È un sogno e resta tale. Ma credo di riuscire a conciliare bene le due cose, perché gli insegnanti hanno lunghi periodi di libertà, come le imminenti vacanze di Natale, quelle di Pasqua e soprattutto l’estate.

Chi sono i maestri di un maestro?

Sono tanti e devono esserlo. Sono sicuramente stato influenzato da alcuni modelli letterari come Buzzati, Calvino e altri. Risalendo alle origini, credo che tutti in qualche maniera si siano confrontati con Dante. Ma sono stato un onnivoro: mi sono nutrito di letteratura estera, ho amato quella russa di Dostoevskij. Oggi potrei citare per la prosa poetica Erri De Luca che adoro per il suo modo sintetico ma preciso di narrare la realtà. Ce ne sono poi anche altri come Flaubert, Hugo ed Hesse. Ho sempre amato anche Rilke. Per il romanzo storico faccio affidamento anche a Eco e al suo Il nome della rosa. Credo che uno scrittore sia la somma delle sue letture.

Ha in progetto altre opere legate al territorio?

L’idea è quella di completare la trilogia. Il terzo romanzo ripartirà dal castello di Bellinzona verso la fine del 1616, con un probabile sconfinamento nel Ducato di Milano. Quindi cambieranno leggermente l’ambientazione e la storia, ma vorrei continuare cronologicamente, spingendomi fino al 1620/25. Anche perché nel romanzo compare un nuovo personaggio, una ragazzina di 10 anni, e mi piacerebbe vederla crescere e chiudere il cerchio con il protagonista. Con il terzo romanzo concluderò questa ricerca storica sul Moesano.