Pietramala o le radici del linguaggio
Intervista ad Andrea Moro, autore del giallo Il segreto di Pietramala

di CRISTINA PELÀ

 

La lingua di Pietramala, sperduto borgo nella Corsica settentrionale, rappresenta «una sovraimposizione» che non tiene conto della natura umana e che «non rispetta la diversità dell’Altro. Non dimentichiamo che i Greci antichi chiamavano l’Altro bárbaros, ovvero colui che tartaglia. Il greco era per loro la lingua che segnava il confine tra la civiltà e la non civiltà, tra “noi” e “loro”. Pietramala vuole essere la rappresentazione simbolica di chi non capisce che anche l’Altro è uguale a noi». Sono queste le parole utilizzate da Andrea Moro, neurolinguista e professore ordinario di linguistica generale alla Scuola Universitaria Superiore (IUSS) di Pavia, per illustrare il suo appassionante romanzo Il segreto di Pietramala (La nave di Teseo, 2018), uscito nelle librerie a marzo 2018. L’intervista si è svolta via Skype.

 

Professor Moro, a marzo 2018 Lei ha pubblicato il Suo primo romanzo. Cosa L’ha spinta a cimentarsi con la scrittura letteraria?

Ho intrapreso la scrittura del romanzo con un duplice desiderio. Innanzitutto, volevo divulgare le teorie che nel secolo scorso sono state elaborate sulla natura del linguaggio, rivolgendomi ad un pubblico più ampio rispetto a quello cui un saggio di neorolinguistica normalmente si rivolge. Poi, durante la stesura del romanzo, mi sono reso conto che la trasmissione delle emozioni è ugualmente importante, e quindi ho rivolto la mia attenzione anche a questo aspetto. Non so se il risultato finale sia più vicino alla prima oppure alla seconda intenzione, ma spero che sarà gradito ai lettori.

 

La mathesis universalis di Leibniz e l’esperanto sono esempi di lingue artificiali create per il bene dell’umanità. Invece, la Kunstsprache di Pietramala non esita ad uccidere per autoaffermarsi. Era quindi destinata al fallimento fin dalla sua creazione?

La mathesis universalis di Leibniz e l’esperanto, agli antipodi l’una dell’altra, sono soltanto due tra le numerose motivazioni che possono spingere alla creazione di una lingua artificiale. La prima, creata attraverso il metodo matematico, vuole essere una capacità di sintesi universale per portare alla luce la trama nascosta del pensiero che prende la forma di linguaggio. Mo«lto diverso è il caso dell’esperanto. Fondere insieme lingue diverse per formarne una a solo scopo veicolare non tiene conto di due fatti fondamentali. Innanzitutto, abbracciare una lingua artificiale significa rinunciare alla propria storia, quindi alla propria identità. Poi, una lingua artificiale è sprovvista di letteratura, attributo fondamentale di ogni lingua umana. Mentre il primo tentativo di lingua universale è legittimo, perchè cerca di capire come funziona la mente, il secondo è un tentativo politico che difficilmente attecchisce. Lo prova il fatto che ancora oggi non esiste una lingua universale comune, se non lingue che per motivi politici hanno prevalso sulle altre.

 

Perché ha scelto di ambientare la quasi totalità delle vicende tra il borgo sperduto di Pietramala e New York?

Perchè la Corsica e Manhattan sono le mie due isole del cuore e, dal punto di vista geografico, sembrano l’una l’immagine speculare dell’altra. Come già accennato, ho deciso di inserire le isole che amo per veicolare emozioni. Per vent’anni ho trascorso le vacanze estive nella Corsica nord-occidentale e ogni anno mi reco a New York. Per quanto riguarda Pietramala, non esiste in Corsica. Si tratta di una citazione letteraria ripresa dal più grande intellettuale europeo medievale, Dante Alighieri. Nel De vulgari eloquentia Dante afferma che ogni società ritiene che la propria lingua primeggi sulle altre. Così succede anche a Pietramala, che « è una città immensa, è la patria della maggior parte dei figli d’Adamo…». In realtà, come Dante sapeva benissimo, si tratta di un piccolo borgo non distante da Firenze. Lui voleva dunque ridicolizzare la pretesa che avevano determinate nazioni e culture di ritenersi migliori delle altre. Anch’io ho voluto impiegare questo termine per ridicolizzare la superbia di chi vuole imporre la propria lingua agli altri.

 

Il Suo romanzo è permeato di citazioni. Che ruolo vi riveste la cultura classica?

Non so se la cultura classica abbia un ruolo nel romanzo in sè, ma certamente lo riveste all’interno della mia vita, come spero all’interno della vita di ciascuno di noi. Noi viviamo in un momento storico straordinario: siamo letteralmente sommersi da informazioni di ogni genere. Per questo motivo ritengo che la cultura classica, passata attraverso un setaccio di oltre 2000 anni di storia, possa diventare una delle ancore di salvezza della cultura contemporanea. Se io dovessi consigliare delle letture ad un adolescente, certamente nominerei i grandi classici greci e latini, magari depurati dall’incrostazione della critica letteraria. Gli suggerirei di dissetarsi direttamente alla fonte.

 

Il Suo libro si collega al filone della tradizione filologica classica che concepisce la lingua come mera combinazione di analogia e anomalia, confutando questa tesi. Qual è dunque la componente del linguaggio che manca alla lingua di Pietramala?

Senza voler svelare troppo, posso affermare che alla lingua di Pietramala manca la naturalezza. Si tratta di una sovraimposizione studiata a tavolino, che non tiene conto della struttura biologica delle persone né delle regole naturali presenti nelle lingue umane. Ogni lingua è una struttura molto potente e delicata, che si apprende naturalmente da bambini e razionalmente da adulti. Non so se la lingua di Pietramala fosse destinata al fallimento fin dall’inizio, ma certamente era destinata ad entrare in contrasto con l’Uomo. Inoltre, non rispetta la diversità dell’Altro. I Greci antichi chiamavano l’altro bárbaros, ovvero colui che tartaglia. Per loro, il greco era la lingua che segnava il confine tra la civiltà e la non civiltà, tra “noi” e “loro”. Pietramala vuole essere la rappresentazione simbolica di chi non capisce che anche l’Altro è uguale a noi.

 

La lingua di Pietramala fu creata per sostituire la lingua degli uomini con una lingua artificiale. Si tratta di un enorme peccato di hybris, che potrebbe verificarsi anche nella vita reale?

Direi di sì, anche senza ricorrere ad una lingua e ad una grammatica artificiali. Ogni volta che assistiamo all’annientamento delle differenze (intese come valore del rispetto della natura umana) e che dimentichiamo che le lingue sono espressioni della storia, l’hybris si verifica. In quanto neurolinguista, sostengo con prove di tipo neurobiologico che la struttura del linguaggio sia una derivazione della nostra struttura biologica su base genetica. Tuttavia, le lingue sono fondamentalmente una storia. Ogni volta che si cancella una storia, si cancella automaticamente un’identità, creando una voragine incolmabile sia negli individui che nelle comunità. Pur utilizzando l’inglese come lingua veicolare e d’insegnamento, mi rendo conto di quanto l’italiano sia maltrattato. Con questo, non voglio incitare al rifiuto della lingua inglese. Per competere a livello internazionale sul piano scientifico, gli Italiani sono spesso obbligati ad esprimersi in inglese. Ma quello che mi preoccupa è osservare come parole inglesi vengano incorporate passivamente nell’italiano. In questo modo, da un lato si ignorano i corrispettivi italiani esistenti di termini inglesi, che cadono in disuso, dall’altro si smarrisce il significato originario del termine inglese. In questo caso non parlerei di hybris, ma di un vero e proprio maltrattamento subito dalla nostra lingua e dalle nostre tradizioni. Per ovviare a questo problema è necessario studiare la lingua italiana, non solo dal punto di vista linguistico, ma anche storico. In quest’ottica, i lavori del Professor Tomasin sono molto lucidi e chiari nella difesa concreta dei fatti linguistici, mostrando come il rispetto di una lingua richieda la conoscenza della sua storia, indispensabile per la sua sopravvivenza. Naturalmente, per ragioni di tipo culturale, commerciale e scientifico, è possibile praticare la diglossia, come avveniva già nel mondo classico. Le popolazioni sottomesse dai Romani continuavano a parlare la lingua locale, cui si affiancava il latino, che anche nel Medioevo ha continuato ad essere una lingua franca di comunicazione culturale. La funzione di lingua franca svolta in passato dal latino è assunta ai giorni nostri dalla lingua inglese. Fortunatamente, l’italiano è sopravvissuto fino ad oggi, e speriamo sopravviva anche in futuro, senza rigidità, ma con il rispetto dovuto ad una lingua che ha radici culturali immense.

 

Qual è il messaggio del romanzo?

Non so esattamente quale sia il messaggio del romanzo, mi piacerebbe che il lettore lo scoprisse da sé. È come quando si invitano degli amici a cena, magari con uno scopo. Ma, alla fine del banchetto, spetta ai commensali dare un giudizio sulle pietanze servite. Io volevo condividere soprattutto due aspetti: dei temi culturali che mi stanno a cuore e i sapori e i luoghi che mi hanno appassionato. Ho anche inserito delle citazioni per me preziose, intessute nella narrazione. Poi, se vorrà, sarà il lettore a cercare quello che lui ritiene essere il messaggio del romanzo.

 

Prevede altre avventure per Elia Rameau? Ha altri romanzi in programma?

Credevo che il mio primo romanzo sarebbe stato anche l’ultimo. Tuttavia, dopo aver creato Elia Rameau, non me la sento di relegarlo nell’oblio. Non me l’aspettavo, ma la fantasia sembra non spegnersi. Ogni tanto immagino nuove avventure e nuovi misteri da risolvere per lui. Ho già un’idea per un nuovo romanzo, ma preferisco meditarla ancora prima di accingermi nuovamente alla scrittura letteraria.